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Lavori febbraio

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Lavori in apiario nel mese di Febbraio 2010


Il mese di Febbraio, nelle belle giornate, ci riporta in apiario per la verifica dei vassoi; ormai da anni abbiamo imparato a leggere e a decifrare le bricioline che  li ricoprono, naturalmente devono essere stati obbligatoriamente puliti qualche settimana prima. Un paio di anni fa ho descritto minuziosamente la loro codificazione, correlando di fotografie, suddividendo il vassoio in tante parti e dando ad ognuna di queste l’interpretazione corretta di come si era comportata la famiglia nelle varie fasi dell’inverno.
Nelle zone del nord Italia dove le temperature sono ancora fredde, l’unico modo per interloquire con le api sono proprio i vassoi: le righe longilinee di piccole scorie di cera indicano che la famiglia si sta alimentando in forma corretta e dal loro numero e la loro lunghezza possiamo definirne anche la potenzialità.
La caduta di grosse scaglie di cera distribuite in tutto il vassoio, stanno ad indicare che molto probabilmente la famiglia sta subendo un saccheggio; in questo caso necessita una visita urgente e, se non siamo in grado di farla subito, la cosa migliore è restringere l’entrata e se il tempo, nei tre giorni precedenti è stato molto rigido, spostare l’alveare di posizione allontanandolo di due o tre metri.
L’osservazione delle porticine d’entrata  degli alveari, è più decisamente indicativa per capire cosa succede all’interno: se ci sono api che rientrano con le cestelle cariche di polline, significa che la regina nel piccolo spazio lasciato libero dalle api all’interno del glomere ha già incominciato il suo lavoro di ovo deposizione.
A noi rimane il compito di accertarci se le api hanno alimento sufficiente per poter superare gli ultimi rigori dell’inverno, soppesiamo le casette alzandole da un lato e rendiamoci conto di quante scorte possono contenere.
Da questo periodo in poi potremo porre del candito sopra il foro del nutritore presente sul coprifavo (normalmente dal giorno di San Valentino comincio ad alimentare le mie famiglie), certamente verranno delle giornate soleggiate e in quei giorni le api, abbandonando il glomere, saliranno per prendersi l’alimento e deporlo in prossimità di una eventuale covata. Non dobbiamo dimenticarci che da questo mese in poi il consumo di alimento raddoppia di mese in mese fino alle prime fioriture.
Dopo la metà del mese, se le temperature superano i 12-15 gradi, possiamo azzardare, nelle ore centrali della giornata, qualche visita veloce.
Si comincia a visitare quelle famiglie che nei precedenti periodi ci avevano lasciato dei dubbi di sviluppo o di sopravivenza, in ogni caso la parola d’ordine in questo periodo è STRINGERE : sì senza indugio dobbiamo restringere la camera di covata, portando all’esterno dei diaframmi non solo i telaini abbandonati dalle api ma anche il telaino che ha solo la facciata interna coperta.
In questo periodo la famiglia sta allevando covata ed ha bisogno di molto caldo, ci sarà tempo per allargare; quando a casa nostra abbiamo freddo chiudiamo le porte delle stanze, ossia cerchiamo di contenere il calore all’interno di un ambiente ristretto, perché non fare lo stesso con le nostre amiche api?
Velocemente, in queste visite, verifichiamo anche le scorte, la salubrità della covata, non perdiamo tempo nella ricerca della regina, accontentiamoci di vedere larve e covata opercolata.
Programmiamo il tempo giusto delle visite, non arriviamo al calar della sera con alveari aperti solo per la volontà di completare la visita a tutto l’apiario.
Se dovesse succedere di trovare alveari morti o completamente abbandonati dalle api, allora dovremmo chiuderli  e possibilmente spostarli, nei giorni a venire li ripuliremo verificando con attenzione quello che può essere accaduto all’interno di quella famiglia, cercando di capire se saremmo stati in grado di aiutarla a vivere o se ogni nostro sforzo sarebbe stato inutile.
Anch’io, che cerco di fare del mio meglio, ho dovuto constatare, con amarezza, la perdita di cinque casette. Per fortuna che i pochi nuclei fatti a Giugno dell’anno scorso sono in grado non solo di ripristinare le perdite ma di farmi aumentare le famiglie nella prossima annata.
Nel commentare queste delusioni con un mio amico, lui mi ricordava come poteva essere il morale di quegli  apicoltori che sono rimasti senza api.
In merito all’esperienza dell’anno scorso che quando sono andato a proporre di regalare uno sciame ad un apicoltore che era rimasto senza api ho scoperto che un altro apicoltore prima di me gli aveva regalato un nucleo perché ripartisse, vorrei proporre un’iniziativa proposta dal mio amico e condivisa in toto da me.
Perché ogn’uno di noi che è riuscito a superare l’inverno senza grandi perdite non adotta un apicoltore meno fortunato di noi, regalandogli un nucleo, dando così a lui la voglia di ripartire e all’intera comunità il potenziale d’impollinazione che tanto necessita in questo difficile ambiente ecologico.
Alla fine degli anni ottanta ho avuto il piacere di conoscere dr. Raffaele Bozzi di Serravalle Pistoiese; dalla sua statura e dal suo comportamento sembrava una persona molto sostenuta, in realtà era solo un piacere stare in sua compagnia. Vorrei dire che è stato tra i primi studiosi delle malattie delle api che si è reso conto che la varroa sarebbe stata il flagello di noi apicoltori. Lui andava ovunque a fare conferenze, istruendo gli stessi apicoltori su come combatterla, non aveva segreti, elargiva a tutti le sue ricerche senza nessuna richiesta di contropartita.
Ricordo che alla fine delle conferenze, svolte anche durante un suo viaggio nei motel fuori dell’autostrada, come segretario dell’Associazione che l’ospitava gli chiedevo se potevamo offrigli il pranzo e lui mi rispondeva: “Perché dovete offrirmi il pranzo se io mangio volentieri un panino in macchina ?”
Non l’ho più rivisto da quella volta, vi ho detto questo perché mi ritorna* sempre in mente una frase che ripeteva a quasi tutte le riunioni: “Gli Apicoltori come soggetto collettivo non esistono”.
Ogni tanto questa frase la confronto con il mondo apistico di oggi e la ritrovo attualissima, nel suo complesso vuol significare lo spirito libero di ogni apicoltore.
Per questo mi rivolgo direttamente agli apicoltori perché, se l’adottare un apicoltore al quale sono morte tutte le api fossero le Associazioni non sarebbe così coinvolgente come quando la fanno i singoli apicoltori.
Leggevo proprio in questi giorni che un terzo del cibo mangiamo è opera delle api;  vuol significare che  un boccone su tre che mettiamo in bocca è opera delle nostre api, forse non ci rendiamo conto quanto sia importante per gli altri e per l’ambiente in cui viviamo il nostro lavoro.
Sulla moria delle api dovremmo tutti fare una riflessione più attenta, abbiamo (forse) vinto la guerra dei neonicotinoidi pagando svuotamenti di alveari in maniera disastrosa, cerchiamo ora di limitare le perdite per la varroa, incominciamo ad informarci fin da ora sul modo di operare perché i nostri alveari non siano collassati da questo acaro.
Se i farmaci non riescono a completare il loro ciclo di abbattimento, cerchiamo di aiutarli con una buona tecnica apistica, impariamo come usare il telaino trappola ad aprile, a giugno impariamo a fare dei nuclei, acquistando o allevando le regine, in luglio cerchiamo di fare il blocco di covata, ad ottobre verifichiamo l’infestazione e se è il caso, interveniamo con l’acido ossalico gocciolato che ci permetterà di arrivare a novembre per fare il trattamento di pulizia.
Non dico che questa sia la formula magica ma sicuramente sarà un  grande contributo per la lotta alla varroa, l’importante è cominciare subito.

Un saluto Paolo Franchin ...